mercoledì 1 aprile 2015

#ioleggoilromanzostorico - Approfondimento - Alexandre Dumas

Cari amici, 
questo mercoledì parliamo di uno scrittore del diciannovesimo secolo, famoso per i suoi romanzi storici: Alexandre Dumas. 
I titoli che si abbinano immediatamente al suo nome sono senz'altro due: I tre moschettieri e Il conte di Montecristo, pietre miliari del suo stile e del feuilleton in generale. Tuttavia ci troviamo di fronte a uno degli scrittori più prolifici che siano esistiti, in totale ha pubblicato 257 volumi, tra cui anche un ricettario.
Il conte di Montecristo, nella nostra epoca, è considerato un romanzo storico mentre quando fu pubblicato si trattava di un contemporaneo, ma Dumas viveva sopratutto di storia, non a caso, il suo ciclo più famoso è ambientato in Francia nel diciassettesimo secolo alle corti di Luigi XIII e Luigi XIV, stiamo parlando della trilogia dedicata a D'Artagnan, Athos, Porthos e Aramis.
Come nacque l'idea dei tre moschettieri? Lo spiega lui stesso nella prefazione del primo libro: "Un anno fa, o quasi, mentre facevo nella Biblioteca reale alcune ricerche per la mia storia su Luigi XIV, mi vennero tra le mani le memorie del signor D'Artagnan [....] Nella sua prima visita al capitano de Trèville, racconta di aver incontrato tre moschettieri Athos, Porthos e Aramis [....] da allora non ebbi più pace. L'elenco dei libri letti allo scopo di trovare notizie su questi tre uomini è lungo [...] infine trovai un manoscritto dal titolo "Memorie del conte di La Fère". Potete immaginare la gioia quando a pagina ventesima trovai il nome di Athos, alla ventisettesima il nome di Aramis e alla trentesima il nome di Porthos."
Da queste parole si evince chiaramente la passione di Dumas per la ricerca, e la sua curiosità verso personaggi storici minori. Charles de Batz de Castelmore d'Artagnan è realmente esistito e fu capitano dei moschettieri sotto il regno di Luigi XIV. La penna di Dumas crea un ciclo di tre volumi intorno a questi personaggi, mischiando la storia alla propria fantasia. 
Ciò che rende le sue opere indimenticabile è proprio il modo in cui rende verosimili alcuni accadimenti e personaggi da lui inventati.
Molti sono i cicli storici dell'autore: da leggere e amare, è quello dedicato alla rivoluzione francese, cinque libri che ruotano intorno alla figura di Maria Antonietta, al conte di Cagliostro, alla contessa di Charny che ci accompagnano nella tumultuosa Francia, fino a portarci all'inevitabile epilogo della rivoluzione.
C'è poi il ciclo dei Valois ambientato nel sedicesimo secolo e quello dedicato alla repubblica Partonopea, ambientato alla fine del dicottesimo secolo.
Il suo stile è pomposo, barocco, carico di pathos, incalzante, contraddistinto da dialoghi che non lasciano tregua.
Il re del romanzo d'appendice e del Feuilleton era anche un uomo dalla vita privata avventurosa quasi come le sue stesse opere .
Era per un quarto di discendenza africana, suo padre infatti era figlio di un conte e di una schiava africana, che fu generale della rivoluzione francese, servì sotto Napoleone e venne imprigionato da Ferdinando I per diversi anni. Prese il nome della madre, ex-schiava Dumas, poiché finì con l'essere diseredato dal conte suo padre. Morì quando Alexander aveva solo tre anni e mezzo.
Alexandre era un tipo passionale, amava le donne e tendeva alla megalomania. Dopo la pubblicazione del conte di Montecristo si fece costruire una villa che soprannominò, appunto, il castello di Montecristo. Il suo stile di vita smodato, lo portò a vivere ben oltre le sue possibilità, difatti finì presto in rovina e morì povero e pieno di debiti.
Viaggiò molto, un po' per sfuggire ai creditori, un po' per soddisfare la sua curiosità. Visitò i Paesi Bassi, San Pietroburgo, il Caucaso. E tutti i suoi viaggi furono annotati in specifici diari.
Ebbe un ruolo anche nelle vicende italiane. Affascinato dalla figura di Garibaldi, si unì alle camice rosse, sbarcando a Napoli. Lì rimase per tre anni, innamorandosi della città.  Venne nominato "Direttore degli scavi e dei musei", carica che abbandonò in seguito ai malumori dei napoletani che mal tolleravano uno straniero in un compito tanto delicato. Nello stesso periodo, Garibaldi gli affidò il compito di fondare il giornale "L'indipendente".
Nel 1870 venne colpito da una malattia vascolare che lo lasciò semi - paralizzato, si trasferì nella villa del figlio dove morì il 5 dicembre dello stesso anno.









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