lunedì 29 aprile 2013

Non solo pirati - L'ombra



La scena era familiare, l’aveva vista decine di volte. Era notte ma il cielo e la strada intorno a sè erano illuminati a giorno dalla colonna di fuoco che si alzava dai resti dalle tre macchine sul marciapiede di fronte.
Le finestre dei palazzi non esistevano più, i vetri erano esplosi in una pioggia di cristallo. C’erano persone con il volto insanguinato che correvano, poliziotti, medici, pompieri.
Tutte quelle persone aprivano le loro bocche, parlavano, dicevano qualcosa, ma lei non li sentiva.
Il silenzio era assoluto. Era come se fossero tutti in un gigantesco acquario.
Improvvisamente sentì un forte calore allo stomaco, si passò una mano sull’addome e la ritrovò coperta di sangue. Sconvolta si osservò: aveva numerose ferite, qualcosa, che non riusciva ancora a capire cosa fosse, le si era conficcato all’altezza dello stomaco.
A suoi piedi c’era un corpo: era una ragazza giovane, ferita, sanguinante. Quella era lei, era lei distesa sul quel marciapiede. Qualcuno in quel momento si stava avvicinando, la girava. Le tastava la vena, urlava a qualcuno di venirlo ad aiutare. Medici le si affaccendavano intorno, lei apriva i suoi occhi: l’espressione sbarrata, il labbro che tremava, sussurrava qualcosa.
Un’ ambulanza si fermava e il suo corpo veniva trasportato lontano, ma lei continuava ad essere lì.
Sentiva il calore dell’incendio non ancora domato e continuava a soffrire per le ferite di un corpo che non aveva. Si sentiva come un’entità eterea, un fantasma che vagava in quella via, dilaniata dall’esplosione.
Di colpo era arrivato il freddo. Gelido, spietato.
Il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, sempre più forte, sempre più veloce.
La sentiva, la percepiva.
Quella cosa era alle sue spalle, non sapeva quanto fosse lontana ma c’era. Si stava avvicinando, sempre di più, con il suo carico di paura e tensione.
Era terrorizzata.
L’ombra era sicuramente a pochi centimetri e lei non riusciva più a respirare.
Doveva fuggire, doveva andarsene, reagire, fare qualcosa.
Non poteva fare niente, era immobilizzata. Incapace di fare un solo passo o pronunciare una sola parola.
Era la fine, ancora un passo e quella cosa l’avrebbe catturata.
Un fremito nella sua gola, un piccolo sussurro, impercettibile, ci riprovò, questa volta emise un suono più forte, ancora una volta, e urlò
L’ombra alle sue spalle si fece più forte, qualcosa le afferrava il braccio, stava per dirle qualcosa ma lei urlò ancora.
E ancora, e ancora.
Si sgolava in un urlo terrificante e senza fine, tentava in tutti modi di farsi sentire da qualcuno.
L’urlo si faceva sempre più agghiacciante.
Poi aprì gli occhi.
Buio pesto.
Il cuore riprendeva il suo naturale ritmo, il respiro diventava regolare.
L’eco del suo urlo di paura si stava spegnendo nelle orecchie.
Girò lo sguardo verso sinistra: i numeri azzurrognoli della radio sveglia segnavano le tre e quarantaquattro minuti.
Si mise a sedere sul letto, tastandosi il suo stomaco. Era tutto a posto.
Si passò una mano fra i capelli e sospirò sconsolata.
Era successo ancora.
Si sdraiò nel letto, cercando di calmare l’ansia provocata dal suo solito sogno ricorrente.
Doveva resistere ancora tre ore, poi sarebbe iniziato un nuovo giorno.
 
Fania

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